20 Nov 27 e 28 novembre ore 18: “LAV DIAZ – FILMETTI E FILMINI” A CURA DI SIMONE CIREDDU
Sala Centro Servizi Culturali UNLA
Via Carpaccio, 9 – Oristano
LAV DIAZ
FILMETTI E FILMINI
FILMETTI E FILMINI
a cura di Simone Cireddu
Gli interminabili film meditativi di Lav Diaz hanno pochi precedenti nella storia del cinema. Ma l’inizio non è questo. Nella lingua italiana, il prefisso negativo in- è usato principalmente per esprimere valore contrario, opposizione, mancanza, privazione; per assimilazione fonetica, il prefisso in- diventa im- (ma anche il- e ir-) quando la parola che segue inizia con una consonante specifica. Finito e infinito, visibile e invisibile, comprensibile e incomprensibile, certo e incerto, utile e inutile, possibile e impossibile, perfetto e imperfetto, risolto e irrisolto, raggiungibile e irraggiungibile, limitato e illimitato, sostenibile e insostenibile, abbracciabile e inabbracciabile. Lav Diaz è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico filippino. Viene sconsideratamente definito autore di film da festival insopportabili e insostenibili. Ma il più delle volte viene definito così da chi, inconsapevole della poetica espressiva del regista, mai si sia davvero confrontato con una sua sola inquadratura. La durata sovente inusitata delle sue pellicole non può e non deve essere stigmatizzata e non può e non deve essere considerata un deterrente critico. È vero che i capolavori sono sempre imperfetti, ma la chiarezza espositiva e il nitore del suo cinema non possono essere mai messi in discussione. Troppo estremo e troppo puro il suo cinema, troppo diverso il suo approccio concettuale. A chi segue il suo lavoro, Lav Diaz chiede pazienza, coraggio, fiducia, curiosità, abnegazione. E fame di sconosciuto. Il suo cinema non è intrattenimento d’evasione, ma una forma di straniante meditazione. Eppure sono sorprendenti i risultati che ha ottenuto un cinema all’apparenza così complesso. Costante la presenza ai festival internazionali e importanti riconoscimenti alla Mostra del Cinema di Venezia: menzione speciale nel 2007, vittoria nel 2008 nella categoria Orizzonti con un film di 9 ore visto da poche decine di persone, Leone d’oro nel 2016. Che il suo cinema sia interminabile, sin dove arriva l’infinito, questo è fuori discussione. Ma è proprio nell’eccesso della durata che Lav Diaz trova il senso e la ragione del suo creare cinema. E lo fa in maniera semplice, punk, diretta, come se non ci fosse altro modo d’agire e pensare per immagini. Nel 2001 si avvicina per la prima volta alla dilatazione temporale con il film in 35 mm Batang West Side, 315 minuti di durata. Ma il suo cinema ha richiesto nuove e inedite modalità di produzione. Dal 2003 raggiunge la completa autonomia artistica girando in digitale, per potersi esprimere liberamente e per emanciparsi dagli studi cinematografici. Troupe risicate, assenza di supporti logistici e budget ai minimi termini. Montati e mixati in solitudine, i suoi film sono il più delle volte girati con videocamere amatoriali. The Woman Who Left , liberamente ispirato al racconto di Lev Tolstoj Dio vede la verità ma non la dice subito, viene girato in due settimane con una Sony Alpha7s “perché si può registrare con pochissima luce, cosa molto utile per noi registi squattrinati, così possiamo affittare meno attrezzature per l’illuminazione. Per alcune scene di The Woman Who Left ho usato soltanto una torcia e un telo bianco. Ho detto al mio assistente di puntare la torcia sul telo riflettente e via: la scena era illuminata e potevamo iniziare le riprese. Una videocamera così consente di risparmiare un sacco di soldi. Rende il tutto più compatto: meno attrezzature, meno gente. Liberandoci del superfluo, possiamo concentrarci su quello che importa davvero. Sul fare cinema”. È cinema radicale. Realismo dell’attesa. Il tempo illimitato esonda e tracima, non è imbrigliato in gabbie narrative precostituite. L’approccio al dispositivo video, spesso amatoriale, si riverbera sullo spettatore. La singola inquadratura che può durare decine minuti, il suono in presa diretta, l’assenza di musiche extra-diegetiche, i netti tagli del montaggio, la bassa qualità delle immagini in un bianco e nero talvolta sgranato: lo spettacolo è messo in crisi e lo spettatore si ritrova inconsapevolmente ad abitare e a perlustrare il tempo. I piani sequenza sono girati con camera fissa, perlopiù a figura intera, quasi assenti i primi piani. “Riprendo in tempo reale. Voglio provare quello che provano queste persone. Loro camminano, io devo camminare come loro. Devo provare la loro stessa noia, i loro dolori”. Con la sua concezione umanitaria e utilitaristica del cinema, Lav Diaz riflette sulle colonizzazioni, le dittature, la violenza e la corruzione che hanno flagellato e flagellano le Filippine: “nella cultura hollywoodiana, gli obiettivi finali del cinema sono intrattenimento e profitto. Lo stesso vale per le Filippine. È per questo che i filippini hanno un’idea del cinema superficiale e molto basilare. Ai loro occhi, non è poi tanto diverso da un luna park. Ci vorrà un processo lungo e complicato per modificarne la percezione. Dobbiamo iniziare a sviluppare un cinema nazionale, un cinema che contribuisca a responsabilizzare il popolo filippino”. Il cinema umanista di Lav Diaz è sempre dalla parte degli ultimi e degli sconfitti, dei marginali e degli emarginati, dei diseredati, degli afflitti, degli outsider. Tra il maggio del 2025 e il marzo del 2003 realizza 19 lungometraggi di finzione, quasi tutti in bianco e nero, per una durata totale di 106 ore: Magellan (2025) 156 minuti; Phantosmia (2024) 246 minuti; Essential Truths of the Lake (2023) 215 minuti; When the Waves Are Gone (2022) 188 minuti; A Tale of Filipino Violence (2022), 415 minuti; Genus Pan (2020) 160 minuti; History of Ha (2021), 276 minuti; The Halt (2019) 276 minuti; Season of the Devil (2018), 235 minuti; The Woman Who Left (2016) 226 minuti; A Lullaby to the Sorrrowful Mistery (2016) 485 minuti; From What is Before (2014) 338 minuti; Norte, the End of History (2013) 250 minuti; Florentia Hubaldo (2012) 360 minuti; Century of Birthing (2011) 360 minuti; Melancholia (2008) 450 minuti; Death in the Land of Encantos (2007) 540 minuti; Heremias: Book One-The Legend of the Lizard Princess (2006) 540 minuti; Evolution of a Filipino Family (2004) 654 minuti. E infine arriva, la fine. Filmetti e filmini, ça va sans dire.
(Simone Cireddu)
(Simone Cireddu)
Simone Cireddu è nato a Oristano il 9 marzo del 1974. Storico dell’immagine in movimento, si occupa in particolare di avanguardie cinematografiche, sperimentazione audiovisiva, found footage e documentari di creazione.


