03 Dic “Ciprì e Maresco – FILMETTI E FILMINI” A CURA DI SIMONE CIREDDU
Giovedì 11 dicembre 2025 ore 18
Sala Centro Servizi Culturali UNLA
Via Carpaccio, 9 – Oristano

Ciprì e Maresco
FILMETTI E FILMINI
a cura di Simone Cireddu
L’antifrasi è la figura retorica che consiste nell’esprimersi con una parola o con una frase con significato opposto a quello proprio, o per ironia (per esempio Ora viene il bello!) o per eufemismo (Finirà di perseguitarmi questa benedetta sfortuna!). Appartiene alle figure di parola e consiste nel far intendere l’opposto di ciò che si dice; rientra nelle figure dette per permutazione o inversione degli elementi e riguarda specificamente la trasformazione contestuale del significato di una parola. Di solito, è una parola di senso positivo che, per antifrasi, viene usata con senso negativo (come negli esempi precedenti); più raro è il caso in cui sia usata in senso positivo una parola o locuzione avente di per sé un valore negativo; per esempio, filmetti e filmini.
La comprensione dell’antifrasi dipende spesso dal contesto, da segnali esterni, dal tono di voce e dalla gestualità di chi parla. Ma l’inizio non è questo. In un dattiloscritto del 1992 Franco Maresco scrive: Io ho 34 anni, mentre Daniele Ciprì ne ha 30. Proveniamo entrambi da esperienze diverse. I riferimenti culturali comuni riguardano soprattutto il cinema americano e il cinema in bianco е nero, quello classico: dal muto alle comiche di Mack Sennet e Buster Keaton per arrivare fino ai fratelli Marx e poi, soprattutto, agli anni Quaranta, John Ford, e al cinema di fantascienza dell’orrore, il cinema di serie B degli anni Cinquanta, quello di Don Siegel, infine quello realizzato a basso costo, il cinema povero, fatto di contaminazioni, di Roger Corman. Questi sono per noi riferimenti importanti, perché caratteristiche di un cinema realizzato a basso costo, geniale, con il quale, con pochissimi elementi, si inventavano grandi cose. Innanzitutto, gli autori erano consapevoli di quello che facevano, inoltre possedevano una vasta cultura figurativa e un grandissimo senso dell’umorismo, per cui con pochissimi mezzi si realizzavano spesso dei piccoli capolavori. Si tratta di un cinema di contaminazione che si rivolgeva a un pubblico in apparenza non particolarmente esigente e di gusto, ciononostante possedeva anche altri valori che si potevano leggere a diversi livelli. Per esempio, nel cinema di Corman si scopre uno splendido pasticcio: intuizioni geniali dal punto di vista visivo, riferimenti ironici alla ricombinazio
ne dei diversi elementi: il poliziesco, l’horror, la commedia. Questa contaminazione di generi, questo kitsch, questa volgarità è ciò che più amiamo quando facciamo i nostri video.
Noi non sappiamo se facciamo video o cinema, non ci interessa la definizione. Crediamo nell’immagine e nel fatto che bisogna andare al di là di essa. Di conseguenza, non esiste oggi il cinema separato dal video, ma c’è questo lavorare attorno e dentro l’immagine e quindi superare l’immagine stessa. Quando parliamo di contaminazione significa proprio questo: la televisione, il cinema alto o basso. Si tratta di una sorta di Frankenstein dell’immagine, che nasce dalla ricombinazione di molti pezzi differenti. Non ci interessa scoprire vie nuove e neanche individuare la realtà virtuale. Non crediamo che ci sia un passato, una evoluzione, una possibilità di trovare un linguaggio, crediamo piuttosto che sia possibile ricombinare gli elementi, giocare con le citazioni, utilizzare materiali alti della grande tradizione figurativa con pratiche più basse come appunto la televisione, telefilm.
Nel saggio I grandi registi della storia del cinema dai Lumière a Cronenberg, da Chaplin a Ciprì e Maresco, Goffredo Fofi scrive: – I palermitani Daniele Ciprì e Franco Maresco, il primo con un particolare talento per la fotografia e il secondo per le idee hanno proceduto in comune fino al 2007 tenendosi rigorosamente ai margini del cinema ufficiale e romano, canonicamente e banalissimamente narrativo. Nascono dal fenomeno delle televisioni libere, che si diffuse in Italia negli anni ottanta producendo montagne di immagini bacate e dimostrando che il trash aveva vinto, nella cultura di massa e di base del paese, in conseguenza dell’abbandono di qualsivoglia progetto di crescita culturale da parte delle sue classi dirigenti e dei loro intellettuali. Dettero inizialmente spazio alle loro invenzioni rigorosamente in bianco e nero, epigoni nella Tv nazionale di un pensiero situazionista sempre più svilito nel compromesso e nell’accettazione, e diventarono famosi grazie a Cinico Tv, strisce (come chiamarle altrimenti?) che quotidianamente e nottetempo proponevano a un pubblico sbalordito da tanta audacia e tanta volgarità. Immagini fisse di uno splendente bianco e nero, immediatamente dotate di un stile autonomo e inimitabile, proposero paesaggi di macerie e di nuvole – la rovina della storia e lo splendore del creato – e di individui subumani, larve o avanzi di un’umanità disfatta, persi nella loro afasia o nei loro borborigmi, di maniacale solitudine e di bisogni peggio che primari.
Abitanti di un dopo la caduta che poteva anche significare Auschwitz o Hiroshima, esseri di preistoria e di fantascienza, tornati a una biologia essenziale, essi svelavano comicamente, per paradosso e per verità, il dietro lo specchio di un’umanità al capolinea, l’avvento del post-umano. Il paese ne rise, e i furbi pensarono a una nuova forma di comicità
da ancorare a quelle esistenti, una varietà un po’ disgustosa ma che poteva evolversi in direzioni commercialmente accettabili, manovrabili. E certamente Ciprì e Maresco erano anche figli del trash italiano degli anni settanta del secolo scorso – il cinema più basso che ci sia mai stato – ma, così come ribaltavano ogni criterio di gusto e di narratologia accettabile dal grande pubblico e dai criteri cinematografici da esso espresso, così esprimevano una barocca disperazione, seicentesca e grandiosa. Un sentimento cinico della vita che guarda senza consolazioni di nessun tipo alla miseria dell’uomo, una volta crollate le sue ambizioni di elevazione, di nascondimento ed superamento dell’organico cinico della vita che guarda senza consolazioni di nessun tipo alla miseria dell’uomo, una volta crollate le sue ambizioni di elevazione, di nascondimento ed superamento dell’organico.
Ci si accorse ben presto che dietro questi due strambi siciliani che rifiutavano Roma c’era una tensione metafisica alta, una complessità con molte radici isolane (Pirandello, Fiore, il teatro di Scaldati), una cultura cinematografica vastissima (da John Ford al noir, con un’attenzione privilegiata per il cinema più classico di tutti, il muto e il bianco e nero, ma naturalmente, e forse soprattutto, per Luis Buñuel Portolés e Pier Paolo Pasolini) e scelte austere, quasi monacali, d’arte e di vita. E una religiosità senza riti e ipocrisie, che poteva rimandare, consciamente o inconsciamente, alla disperazione teologica della morte di Dio: un’invocazione o una bestemmia, o addirittura la blasfemia come preghiera.
Dalla valle di lacrime, dal fondo delle tenebre. I loro lungometraggi narrativi, Lo zio di Brooklyn (1995), Totò che visse due volte (1999), Il ritorno di Cagliostro (2003), sono proditoriamente dispersivi, intrecciano suggestioni tra le più disparate, citano e negano, e se lo Zio era infine il super-padrino Dio, Totò era Gesù alle prese con eterni Giuda e con l’irredimibilità umana, con l’imperfezione e con la miseria della Creazione, e Cagliostro era il tentativo ugualmente disastroso di trovare nell’alchimia nella magia nell’arte (nel cinema!) la chiave di volta, la pietra filosofale, la spiegazione e il senso.
Film sconcertanti, che non potevano piacere a chi si aspettava la volgarità del volgo televisivo, o un’evoluzione verso il racconto filosofico comprensibile. In un dattiloscritto quasi inedito, il 13 agosto del 1999 Enrico Ghezzi scrive: – Dieci anni fa, a Palermo, il lavoro comune di Daniele Ciprì e Franco Maresco, dopo alcune realizzazioni per la televisione locale TVM, dà vita a Cinico TV, la più formidabile saga della TV indipendente e d’autore nel nostro paese, unica anche nel panorama internazionale. fuori orario cose (mai) viste, che comincia a andare in onda a novembre del 1989, e Blob (prima puntata aprile 1989) diventano quasi subito i naturali interlocutori di Cinico TV, facendosene spesso invadere e disseminare e risultandone il primo motore di diffusione anche in altri programmi della Rai-tre di Guglielmi. I due loro lungometraggi Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte hanno marcato la finesecolo del cinema italiano di un’aura nerissima da fine del mondo, fine del tempo, fine del cinema. Il loro è sempre cinema, anche nella più vignettistica delle strisce, anche nel più raffinato e minimale e videoartistico degli intervalli. Annegata generata bruciata nella monumentalità del loro color biancoenero sontuosissimo, l’immagine celibe (mai vista una donna nel loro cinematv, se non in repertorio magicossessivo) scopre a ogni istante una sacralità amorosa negativa del cinema, la passività memorial-femminile dello sguardo che si sente ferita fessura buco, passato istantaneo che provoca/attende lari-visione/reazione del pubblico (volente o nolente) a occhi chiusi – . Filmetti e filmini, ça va sans dire.
Simone Cireddu
Simone Cireddu è nato a Oristano il 9 marzo del 1974. Storico dell’immagine in movimento, si occupa in particolare di avanguardie cinematografiche, sperimentazione audiovisiva, found footage e documentari di creazione.

